Tradizione7 ottobre 20262 min di lettura

L’arte del pizzaiuolo napoletano, patrimonio dell’umanità

Nel 2017 l’UNESCO ha riconosciuto un saper fare, non un piatto: gesti, canti e convivialità che passano da una generazione all’altra.

Foto: «Pizza baking in Wood-fired oven» di Jared Tarbell from Awesometown, United States of America, CC BY 2.0 (Wikimedia Commons) — foto provvisoria

Il 7 dicembre 2017 l’UNESCO ha iscritto l’«Arte del pizzaiuolo napoletano» nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Una precisazione importante: a essere tutelata non è la pizza in sé, ma la pratica, cioè l’insieme di conoscenze, gesti e tradizioni che la rendono possibile.

Un mestiere a tre voci

Nella tradizione napoletana il lavoro intorno al forno ha ruoli precisi: il pizzaiuolo che prepara e stende l’impasto, il fornaio (o «fornaiolo») che governa il fuoco e la cottura, e chi accoglie e serve. È un lavoro di squadra, fatto di ritmo e di sguardi.

Il gesto della stesura

La rotazione del panetto, lo «schiaffo» per allargare il disco, la pressione delle dita per spostare l’aria verso il bordo: sono movimenti che si imparano solo guardando e ripetendo. Per questo la trasmissione del sapere avviene soprattutto in bottega, dal maestro all’apprendista.

Convivialità, prima di tutto

L’UNESCO ha sottolineato anche il valore sociale della pizzeria: un luogo dove si incontrano generazioni diverse e dove il cibo diventa occasione di stare insieme. È lo spirito con cui portiamo questa tradizione a Sesto Fiorentino.

Cosa protegge davvero l’UNESCO

L’iscrizione, avvenuta nel dicembre 2017, riguarda il patrimonio culturale immateriale: non un prodotto, ma un insieme di saperi, gesti, canzoni ed espressioni che si tramandano. L’UNESCO non certifica le pizzerie né stabilisce ricette: riconosce che attorno al forno napoletano esiste una comunità viva, che trasmette competenze e identità.

Come si impara il mestiere

Tradizionalmente l’arte si impara a bottega: si comincia come aiutante, si osserva il maestro, si prova e si sbaglia. Oggi esistono anche scuole e corsi, ma il cuore del mestiere resta l’esperienza: riconoscere al tatto un impasto pronto, capire dal colore del cornicione quando sfornare, gestire il fuoco durante un servizio pieno.

Una candidatura popolare

Il riconoscimento è arrivato dopo una lunga candidatura sostenuta da associazioni di pizzaioli, istituzioni e da una mobilitazione popolare che ha raccolto milioni di firme in tutto il mondo. Un segnale di quanto la pizza napoletana sia percepita come un bene comune, non solo come un prodotto.

Cosa significa per una pizzeria lontana da Napoli

Fare pizza napoletana fuori da Napoli significa assumersi una responsabilità: rispettare tecniche e tempi, scegliere materie prime coerenti e raccontare ai clienti da dove viene ciò che mangiano. Non è nostalgia, è metodo: lo stesso gesto, ripetuto con cura ogni sera, a centinaia di chilometri dal Vesuvio.

Monzú

E adesso, una pizza.

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